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Red 22 luglio 2017
Da Eschilo ai rifugiati, ne la notte dei poeti
Tra mito e contemporaneità, “Supplici e Portopalo/dalla tragedia di Eschilo alle parole dei rifugiati”, in cartellone domani sera, al Teatro Romano di Nora, per la 35esima edizione del Festival firmato Cedac. Due straordinari interpreti sul palco: il regista Gabriele Vacis e l´attore, drammaturgo e regista siciliano Vincenzo Pirrotta


NORA - Il dramma degli esuli e le regole dell'ospitalità rivivono sulla scena attraverso la forza icastica del teatro, in “Supplici e Portopalo/dalla tragedia di Eschilo alle parole dei rifugiati”, con due protagonisti del calibro di Gabriele Vacis e Vincenzo Pirrotta, voci narranti e recitanti in un ideale viaggio dall'Atene del Quinto secolo a.C alla realtà del terzo Millennio, sotto le insegne del 35esimo Festival La notte dei poeti, organizzato dal Cedac. Focus su temi di accesa e scottante attualità nella pièce (da un progetto originale con ideazione e drammaturgia di Monica Centanni, per la regia di Vacis) in cartellone domani, domenica 23 luglio, alle ore 20, al Teatro Romano di Nora, che svela l'assoluta modernità del testo classico ed una sorprendente similitudine tra i cori della Danaidi in fuga dalle nozze con gli Egizi ed i racconti dei profughi sbarcati sulle coste d'Europa.

I sogni e le aspirazioni che spingono le figlie di Danao ed i moderni migranti, in fuga da guerre, carestie e persecuzioni ad attraversare le montagne ed i deserti, ed a varcare il mare, sono gli stessi: il desiderio di vivere in pace, senza timore di ritorsioni e vendette di potenziali nemici, lontano dalle imposizioni e dalla ferocia di regimi autoritari, da violenze e sopraffazioni, dalla spesso arbitraria privazione della libertà e dalle continue minacce di morte. Nel mito, le fanciulle cercano di sottrarsi al matrimonio con i cugini, figli di Egitto, imposto loro per ragioni dinastiche: nella loro ribellione è sottesa un'affermazione della volontà femminile di fronte al sopruso ed al potere maschile, di fronte alla quale i loro antagonisti, incapaci di accettare il rifiuto, reagiscono, cercando di sottometterle con la forza delle armi. Un'idea di emancipazione dettata dal fato, e da una profezia che annuncia conseguenze nefaste per gli odiosi sposalizi, ma che suona straordinariamente anticipatrice sia pure in un contesto culturale e sociale, nell'Attica antica, che riconosceva alle donne, se non pari diritti, almeno pari dignità.

Se la storia delle Danaidi rimanda fin troppo da vicino alla questione tremendamente attuale della violenza di genere, amaro retaggio culturale di una civiltà patriarcale e tragica emergenza sociale, tra abusi fisici e psicologici e graffi sull'anima in un crescendo che giunge fino al delitto, nella descrizione della loro condizione di esuli, costrette ad abbandonare la patria e chiedere asilo in terra straniera ricorrono gli stessi accenti delle testimonianze degli immigrati. Il ricordo delle vittime del naufragio nel canale di Sicilia nella notte di Natale 1996, i cui corpi riaffiorati ed impigliati nelle reti venivano sistematicamente rigettati in mare dai pescatori di Portopalo, che preferivano rinnegare ogni sentimento di antica pietas per timore che venisse loro interdetta l'attività cui era legato il sostentamento delle rispettive famiglie, si lega alle innumerevoli analoghe vicende rievocate dai superstiti di quei viaggi della speranza che hanno trasformato il Mediterraneo in un'immensa città dei morti. Gli eventi riportati alla luce dal giornalista Giovanni Maria Bellu, inviato di Repubblica, e raccontati in uno straordinario libro-inchiesta (“I fantasmi di Portopalo”, da cui è stata recentemente tratta una miniserie televisiva con Giuseppe Fiorello), rappresentano un'eblematica sintesi della querelle intorno a cui ruota il dibattito, nell'antica tragedia come nei parlamenti odierni, da cui si riversa sulle pagine dei giornali e sui mass media ed i social media.
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