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Cor 8:16
C’è il ricorso contro la nuova legge elettorale
Otto motivi di incostituzionalità. Tra i ricorrenti costituzionalisti, ex Presidenti della Regione, accademici, giuristi, esponenti politici e rappresentanti della società civile sarda. L’iniziativa è coordinata con una più ampia azione giudiziaria nazionale


CAGLIARI – È stato depositato lunedì mattina, davanti al Tribunale ordinario di Cagliari, il ricorso contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri per contestare la legittimità costituzionale della nuova legge elettorale n. 180 del 2026. Il ricorso, sottoscritto dagli avvocati Giovanni Dore, Carlo Augusto Melis e Alessandro Tedde, ha raccolto un ampio e significativo consenso nella società civile sarda, coinvolgendo personalità di primo piano del mondo accademico, giuridico, istituzionale, politico e culturale. Tra i ricorrenti figurano tre autorevoli costituzionalisti, Pietro Ciarlo, Gianmario Demuro e Andrea Deffenu, due ex Presidenti della Regione Sardegna, Federico Palomba e Gianmario Selis, l’ex Rettrice dell’Università di Cagliari Maria Del Zompo, gli accademici e giuristi Francesco Sitzia, Andrea Pubusa e Carlo Dore jr e i noti legali di Sassari e Alghero Elias Vacca, Francesco Carboni e Claudio Montalto.

Hanno inoltre aderito numerosi rappresentanti della società civile, tra i quali Tiziana Troja, attrice e regista, Mauro Tuzzolino e Luisa Sassu, attivisti dell’ANPI, e Carla Romagnino, presidente onoraria di Scienza Società Scienza, insieme a molte altre personalità. Tra i ricorrenti figurano anche Claudia Ortu, dirigente di Potere al Popolo, ed Enrico Lai, dirigente di Rifondazione Comunista, due formazioni politiche interessate a partecipare alle prossime elezioni politiche e che contestano il considerevole aumento delle firme richieste per la presentazione delle liste dei partiti non rappresentati in Parlamento. L’iniziativa promossa a Cagliari si inserisce, inoltre, in una più ampia azione di carattere nazionale, coordinata con la rete di avvocati che fa riferimento a Roberto Zaccaria, Pietro Adami, Federico Grosso e Maria Agostina Cabiddu. La rete promuoverà analoghi ricorsi davanti ai Tribunali delle altre 25 sedi di Corte d’Appello italiane, dando vita a un’iniziativa diffusa su tutto il territorio nazionale, finalizzata a sottoporre alla Corte costituzionale le questioni di legittimità della nuova legge elettorale. L’azione giudiziaria nasce dalla convinzione che la nuova disciplina elettorale presenti gravi profili di contrasto con i principi fondamentali della Costituzione, in particolare con l’eguaglianza del voto, la libertà degli elettori di scegliere i propri rappresentanti, il pluralismo politico e gli equilibri della forma di governo parlamentare.

Gli otto motivi del ricorso.
1. Premio di maggioranza e alterazione della rappresentanza.
La legge attribuisce un premio di 70 deputati e 35 senatori alla coalizione che raggiunga la soglia prevista del 42% dei voti. Il meccanismo rischia di determinare una sproporzione eccessiva tra consenso elettorale e seggi parlamentari, sacrificando il principio di eguaglianza del voto.
2. Premio di maggioranza assegnato attraverso liste bloccate.
I seggi del premio vengono attribuiti a candidati scelti preventivamente dai partiti, senza possibilità per gli elettori di esprimere preferenze. Si riduce così il numero dei parlamentari eletti attraverso il sistema ordinario delle preferenze, comprimendo il diritto dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti.
3. Ripartizione nazionale dei seggi e rappresentanza territoriale.
Il sistema di attribuzione dei seggi può determinare risultati nei singoli collegi condizionati dai voti espressi in altre parti del Paese, indebolendo il rapporto diretto tra elettori, territorio ed eletti.
4. Premio nazionale al Senato e collegamento tra le Camere.
Il premio di maggioranza nazionale per il Senato solleva dubbi rispetto all’articolo 57 della Costituzione, che ne prevede l’elezione su base regionale. Viene inoltre contestato il meccanismo che subordina l’attribuzione del premio ai risultati di entrambe le Camere, incidendo sulla loro autonomia costituzionale.
5. Capilista bloccati e candidature multiple.
La priorità riconosciuta ai capilista e la possibilità di candidarsi in più collegi concentrano nelle mani dei partiti il potere di determinare gli eletti, rendendo meno trasparente ed effettiva la scelta degli elettori.
6. Equilibrio di genere.
L’eliminazione del limite del 60% per ciascun sesso nelle posizioni di capolista rischia di indebolire le garanzie di effettiva rappresentanza femminile. Viene inoltre contestata la proporzionalità dei nuovi vincoli di genere nell’espressione delle preferenze.
7. Indicazione obbligatoria del candidato Presidente del Consiglio.
L’obbligo per tutte le liste di indicare preventivamente un candidato alla guida del Governo, pena l’esclusione dalle elezioni, limita la libertà di partecipazione politica e rischia di introdurre surrettiziamente elementi di investitura diretta del Presidente del Consiglio, alterando gli equilibri della forma di governo parlamentare previsti dagli articoli 92 e 94 della Costituzione.
8. Aumento delle firme per presentare le liste.
L’innalzamento delle sottoscrizioni richieste dalle precedenti 1.500–2.000 fino a 6.000–7.000 per collegio, a fronte delle agevolazioni riconosciute alle forze politiche già rappresentate, rischia di ostacolare gravemente la partecipazione di nuovi soggetti politici, in contrasto con i principi di pluralismo e pari opportunità nella competizione elettorale.
Si tratta di una questione che assume particolare concretezza proprio per le formazioni politiche minori, chiamate a sostenere oneri organizzativi ed economici assai più gravosi rispetto ai partiti già rappresentati in Parlamento, con il rischio di compromettere l’effettiva parità di accesso alla competizione elettorale.

Con il ricorso si chiede al Tribunale di Cagliari di accertare la lesione dei diritti costituzionali di elettorato attivo e passivo e di rimettere alla Corte costituzionale le questioni di legittimità sollevate, affinché venga verificata la compatibilità della nuova legge con i principi fondamentali della democrazia rappresentativa. L’iniziativa si inserisce nel percorso già tracciato dalle storiche sentenze della Corte costituzionale n. 1 del 2014, sul cosiddetto Porcellum, e n. 35 del 2017, sull’Italicum, che hanno riconosciuto la possibilità di sottoporre al controllo di costituzionalità le leggi elettorali anche prima della loro concreta applicazione. Il punto centrale del ricorso è che la legittima esigenza di garantire la stabilità dei governi non può tradursi in un sacrificio sproporzionato della rappresentanza politica, dell’eguaglianza del voto e della libertà di scelta degli elettori. L’ampiezza e l’autorevolezza delle adesioni, insieme al coordinamento con le analoghe iniziative promosse sull’intero territorio nazionale, testimoniano il significato civile e istituzionale dell’azione giudiziaria, che non intende sostenere una parte politica contro un’altra, ma riaffermare un principio fondamentale: le regole della democrazia devono rispettare la Costituzione e garantire a tutti i cittadini il pieno esercizio dei propri diritti politici. Il ricorso chiede dunque che sia la Corte costituzionale a pronunciarsi, prima che i cittadini siano chiamati a votare con una disciplina della cui legittimità vengono sollevati seri e articolati dubbi.
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